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giovedì 29 ottobre 2015

Rivista Protestantesimo n. 2-3/2015

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venerdì 13 dicembre 2013

MANDELA E IL PROTESTANTESIMO





MANDELA E I PROTESTANTI

di Giorgio Tourn



La figura di Nelson Mandela ha avuto negli ultimi giorni ampi spazi sui media dei tutto il mondo. Si è posto in evidenza soprattutto la sua battaglia per i diritti del suo popolo e la sua lotta all'apartheid. Non meno rilevante, anzi forse ancor più di questo, è stata la sua lucida e profetica visione di una azione di riconciliazione; di questa non si sono sufficientemente evidenziate le radici nella sua educazione protestante. 

Le convinzioni religiose sono elementi personali e fanno parte del segreto di Mandela ma è fuor di dubbio che sotto il profilo culturale egli sia stato formato nel mondo evangelico e di cui è prova la sua profonda amicizia col vescovo Tutu.

Si giustifica perciò la testimonianza alla cerimonia commemorativa del vescovo Ivan Abrahams segretario del consiglio metodista, il messaggio del segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC) Olav Tveit e di tutte le organizzazioni del mondo evangelico; Tveit ha giustamente ricordato come dopo la sua liberazione Mandela abbia reso visita alla sede del CEC a Ginevra ringraziando le chiese per l'azione condotta contro l'apartheid e lo stesso pensiero espresse alla VIII Conferenza mondiale ad Harare dove ricordò l'istruzione ricevuta presso gli istituti scolastici metodisti del suo paese. 

Il mondo evangelico italiano ha ricordato questa realtà in un servizio della rubrica Protestantesimo su RAI2 e sul settimanale Riforma.


venerdì 13 dicembre 2013

mercoledì 10 luglio 2013

sabato 16 marzo 2013

UNA COMUNE COMPRENSIONE DELL'EVANGELO


40 anni della Concordia di Leuenberg

DIVERSITÀ RICONCILIATA

intervista di Luca Maria Negro al prof. Fulvio Ferrario

Quarant’anni fa, il 16 marzo 1973, veniva firmato a Leuenberg presso Basilea (Svizzera) uno storico accordo tra le chiese nate dalla Riforma del XVI secolo: la «Concordia di Leuenberg». Constatando l’esistenza di una comune comprensione dell’Evangelo, la Concordia dichiarò il superamento delle reciproche condanne e affermò la piena comunione ecclesiale tra luterani e riformati, incluso il reciproco riconoscimento del ministero pastorale e la possibilità dell’intercomunione. Sulla rilevanza di questo accordo abbiamo intervistato il prof. Fulvio Ferrario, docente alla Facoltà valdese di teologia (Roma) e da molti anni impegnato nella Comunione di chiese protestanti in Europa (CCPE, l’organismo nato dalla Concordia) come membro del Consiglio.







40 anni della Concordia di Leuenberg
Intervista al prof. Fulvio Ferrario sui quarant’anni dello storico accordo che ha sancito il ristabilimento della comunione ecclesiale tra le chiese nate dalla Riforma. Un’unità piena, che può e deve ancora crescere
Quarant’anni fa, il 16 marzo 1973, veniva firmato a Leuenberg presso Basilea (Svizzera) uno storico accordo tra le chiese nate dalla Riforma del XVI secolo: la «Concordia di Leuenberg». Constatando l’esistenza di una comune comprensione dell’Evangelo, la Concordia dichiarò il superamento delle reciproche condanne e affermò la piena comunione ecclesiale tra luterani e riformati, incluso il reciproco riconoscimento del ministero pastorale e la possibilità dell’intercomunione. Sulla rilevanza di questo accordo abbiamo intervistato il prof. Fulvio Ferrario, docente alla Facoltà valdese di teologia(Roma) e da molti anni impegnato nella Comunione di chiese protestanti in Europa (CCPE, l’organismo nato dalla Concordia) come membro del Consiglio prima e, attualmente, della delegazione CCPE al dialogo recentemente avviato con i cattolici sul tema dell’ecclesiologia (Vienna, 8-9 febbraio).

La firma della Concordia è stata un evento storico perché ha segnato la fine di una divisione durata oltre quattro secoli tra i rami luterano e riformato del protestantesimo. Come si è arrivati a questo passo?


«È stato un lungo processo, iniziato dal teologo riformato Lukas Vischer nell’ambito della Commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle chiese e poi continuato nel clima ecumenicamente favorevole degli anni Sessanta. Un ruolo importante è stato giocato dall’eredità della «Chiesa confessante» in Germania, che aveva già visto momenti di superamento, o di relativizzazione, della contrapposizione tra luterani e riformati».



La comunione di Leuenberg, partita con le chiese luterane, riformate e unite (chiese luterano-riformate in Germania), si è allargata a includere i metodisti, e ci sono stretti contatti con i battisti. Come si è arrivati a questo allargamento? 

«Il dialogo con le chiese metodiste, che non ho vissuto direttamente (si è concluso nel 1994), non è stato particolarmente problematico. L’esito però è importante, in quanto coinvolge una famiglia ecclesiale che non ha vissuto lo scontro iniziato nel XVI secolo e che ha un’identità spirituale diversa da quella di matrice europea continentale. Paradossalmente, l’accordo con i metodisti è stato più facile di quello con alcune chiese luterane scandinave (Svezia, Finlandia) che oggi ancora non hanno sottoscritto la Concordia né hanno intenzione di farlo, per ragioni piuttosto complesse, legate al loro modo di concepire il luteranesimo e quello con la tradizione della chiesa indivisa (e, indirettamente, col cattolicesimo e con l’ortodossia). Il dialogo con i battisti ha prodotto un documento abbastanza importante, ma non la piena comunione ecclesiale: ciò a motivo della resistenza delle chiese battiste ad escludere in linea di principio un eventuale «secondo battesimo» di membri di chiesa «leuenberghesi» che diventassero battisti. Al momento non sono prevedibili decisivi passi avanti. È necessario prepararli con intese sul piano locale. In Baviera ne hanno sottoscritta una».



Qual è, in poche parole, la filosofia dell’unità tra cristiani evangelici secondo Leuenberg, ovvero il modello dell’unità nella diversità riconciliata? E in che cosa consiste, in concreto, il reciproco riconoscimento tra le chiese?

«L’idea è: dove sussiste consenso sulla predicazione e sui sacramenti, c’è la chiesa di Cristo e dunque la comunione. Ciò significa che è possibile la piena comunione anche in presenza di forme diverse di organizzazione del ministero ecclesiastico. Reciproco riconoscimento significa che una chiesa di Leuenberg è, a tutti gli effetti, per me, la chiesa di Gesù Cristo. Se cioè io vivessi in Danimarca, potrei essere a tutti gli effetti membro di quella chiesa luterana; i ministeri sono riconosciuti (dunque potrei celebrare il culto e la cena del Signore); e le decisioni prese in comune sono, in forme variabili (a seconda dei vari livelli di impegno) significative per tutti. Su quest’ultimo punto, ritengo necessario fare dei passi avanti e, in prospettiva (non è un progetto a breve scadenza), arrivare a un sinodo europeo e quindi a qualche forma di struttura comune».

Il modello di unità proposto dalla Concordia è stato più volte criticato in ambito cattolico. Perché?


«Roma ritiene una comune comprensione del ministero essenziale all’unità della chiesa. E tale comprensione dev’essere, in sostanza, quella romana (e ortodossa), centrata sull’episcopato e sulla cosiddetta successione «storica». 


Come sta andando il dialogo sull’ecclesiologia con il Vaticano, recentemente inaugurato a Vienna?


«È appena partito. Il clima è ottimo. Il punto di partenza è il documento della Comunione di Leuenberg «La Chiesa di Gesù Cristo» del 1994. È un testo importante, non semplice. Da noi è ignorato (benché sia stato tradotto più di quindici anni fa) e temo che, se fosse conosciuto, non incontrerebbe un facile consenso generale. Dovremmo studiarlo per bene e cercare di capire che esistono vari modi di intendere il protestantesimo e anche noi italiani potremmo imparare da altri. Comunque, sulla base di questo testo, dialoghiamo con i cattolici sulla natura e la forma della chiesa».



La Concordia di Leuenberg ha affermato il pieno riconoscimento reciproco tra le chiese nate dalla Riforma. Ma questa ritrovata unità non è sempre molto visibile...

«Il problema è che a volte le chiese sono gelose della propria indipendenza e refrattarie a una «cattolicità evangelica», cioè a camminare insieme. Essere membri di una comunione significa rinunciare a essere unilaterali. Una struttura di comunione esiste dal 1973. Ora si tenta di stringere un po’ i legami. Se la comunione si vede poco, non credo sia colpa della Ccpe; sono le singole chiese che trovano più comodo decidere e camminare da sole». 



In occasione del 40° anniversario il Consiglio della Ccpe ha lanciato un appello alle chiese ad impegnarsi in un «servizio responsabile nel mondo a favore della giustizia e della pace sulla terra» e a coordinare meglio il loro impegno etico-sociale in Europa. Si può dire che si tratta di un nuovo sviluppo in un organismo che in passato sembra aver privilegiato soprattutto gli aspetti teologici ed ecclesiastici?

«Direi di sì. Abbiamo capito che l’Europa vuole sapere che cosa pensano le chiese evangeliche e bisogna trovare il modo di dirlo con chiarezza e semplicità. La dottrina (che poi, in questo caso, è quella sulla chiesa...) è necessaria, ma se ci si limita a quello, la comunicazione con la società non si realizza».



tratto dal settimanale Riforma dell'8 marzo 2013

venerdì 21 dicembre 2012

1517-2017: speranze di Riforma


LA RIFORMA PROTESTANTE: UN FALLIMENTO?

di Fulvio Ferrario, 

docente di teologia sistematica alla Facoltà valdese di teologia

Il prof. Fulvio Ferrario, docente di teologia sistematica alla Facoltà valdese di teologia, prende posizione nei confronti di un'affermazione del card. Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Questi infatti, facendo riferimento alle celebrazioni nel 2017 del Cinquecentenario della Riforma protestante, sostiene che, malgrado le buone intenzioni di Lutero, la riforma come fenomeno religioso abbia fallito e propone una celebrazione penitenziale comune. Il prof. Ferrario afferma che qualora si debba parlare di fallimento questo va inteso nel senso che la Riforma non è riuscita a rinnovare l’intera chiesa. 

La Riforma protestante: un fallimento?
di Fulvio Ferrario, docente di teologia sistematica alla Facoltà valdese di teologia

La Chiesa cattolica e il Cinquecentenario della Riforma protestante

Sembra stia diventando un chiodo fisso: il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, torna sul tema della Riforma o, più precisamente, della “divisione” che essa avrebbe determinato nel XVI secolo: "il teologo ed ecumenista Wolfhart Pannenberg afferma che la Riforma ha fallito e il risultato di questo fallimento sono state le sanguinose guerre di religione nel XVI e XVII secolo". Lutero aveva buone intenzioni, ma volerle unire alle "conseguenze terribili della Riforma nella stessa celebrazione festosa, mi sembra molto difficile". Responsabili del fallimento, tuttavia, sarebbero "entrambe le parti"; si potrebbe, dunque, commemorare insieme il Cinquecentenario della Riforma nel 2017 con una "celebrazione penitenziale comune nella quale riconosciamo insieme le nostre colpe". Mi permetto di dirlo con franchezza: un valdese italiano, che apprende da un esponente della curia romana che, ad esempio, la "soluzione finale" del problema protestante in Italia, tentata appunto tra XVI e XVII secolo, sarebbe una "conseguenza terribile della Riforma", ha qualche difficoltà a esprimere un commento sereno.

Dopo aver tirato un profondo respiro, tuttavia, si può forse provare a ragionare pacatamente. Da qualche decennio, Lutero è diventato "buono". Che però esista, in Occidente, un altro modo di essere chiesa, questo no; e se c’è, non è tale "in senso proprio". Sentirselo dire, può non far piacere. In fondo però, che la chiesa della Controriforma la pensi così, non dovrebbe stupire; e che poi in questo contesto sia possibile citare un teologo luterano come Pannenberg, dispiace ancora di più, ma nemmeno questo meraviglia del tutto. Ma vediamo di entrare nel merito.
In un certo senso, anzi, in più di uno, si può certo affermare che la Riforma abbia fallito. Ha fallito in quanto non è riuscita a rinnovare l’intera chiesa, a causa della reazione papale; ha fallito, soprattutto, come fallisce ogni impresa umana, anche la più santa e benedetta, in quanto comunque segnata dal peccato; la Riforma non ha riformato abbastanza e non ha sempre riformato bene; e la chiesa riformata secondo la Parola di Dio può riconoscere tali fallimenti, perché non soffre del delirio dell’infallibilità. Da questo punto di vista, la dimensione penitenziale non deve certo mancare nemmeno nel 2017: ogni trionfalismo sarebbe fuori luogo.
Il contrario del trionfalismo, in questo caso, è un’immensa, infinita gratitudine. Gratitudine a Dio per il dono della Riforma: per il dono di una fede vissuta, per quanto indegnamente, nel segno della libertà; per il dono della Scrittura letta in una comunità di sorelle e di fratelli; per il dono dell’annuncio di un Dio sconsideratamente misericordioso, talmente misericordioso da voler trarre anche me dalla mia fogna di peccato; per il dono di una chiesa rinnovata, dove non ci si interroga sul "ruolo dei laici", ma nella quale i "laici" (e le laiche) sono la chiesa; per il dono di poter vivere l’etica nella responsabilità, sapendo di poter sbagliare, ma tentando appassionatamente di non farlo e rischiando vie nuove, anche a costo di scandalizzare i benpensanti (esistono precedenti autorevoli); per il dono di una teologia che può pensare e parlare con franchezza, senza l’incubo di un’occhiuta sorveglianza di polizia spirituale, che si arroga il monopolio di ciò che essa chiama "servizio alla verità"; per il dono di un ministero che anche le mie sorelle condividono, aiutandomi nel tentativo di uscire dalle pastoie di una mentalità maschilista che soffoca anche i maschi. E’ probabilmente vero che il protestantesimo di questo inizio del XXI secolo attraversa una fase di grave difficoltà: la libertà dell’evangelo gli consente di riconoscerlo senza nascondersi in un gergo chiesastico e falsamente pio e anche di lasciarselo dire dalle gerarchie romane, lasciando tranquillamente aperta la questione se esse abbiamo o meno i titoli per farlo. Ma che oggi ancora esista una chiesa della Riforma, anzi, molte chiese diverse e in comunione (una realtà, questa, che il card. Koch e altri con lui faticano a comprendere e che per questo rimuovono), questo è un dono grande, che si può ricevere solo con commozione e passione di fede, e che cambia la vita, riempiendola di gioia.
Per questo io spero che le chiese protestanti di tutto il mondo sappiano ricordare il quinto centenario della Riforma della chiesa secondo la parola di Dio, nel 2017. Mi si dice che molti ambienti evangelici tengono parecchio a che ciò accada insieme alla chiesa di Roma. Sarebbe bello, io credo, se si potesse, insieme, rendere grazie dal profondo dell’anima al Dio che ha riformato la chiesa aprendole un futuro che milioni di donne e uomini hanno vissuto e possono vivere con passione grande. Non sono sicuro, leggendo le reiterate affermazioni del card. Koch, che lo spirito delle gerarchie romane sia esattamente questo. In tal caso, la gratitudine per la Riforma potrà essere solo la nostra. Senza polemica, senza astio, senza rivendicare, contro altri, alcuna "pienezza" protestante "dei mezzi di grazia". Ricorderemo la Riforma senza celebrarla: essa, infatti, voleva celebrare Cristo soltanto.


tratto da NEV - Notizie evangeliche del 21 novembre 2012

si veda anche il sito: www.chiesavaldese.org
 

venerdì 21 settembre 2012

Per l'Unità del Protestantesimo Europeo


tratto da: www.riforma.it
Editoriale di Fulvio Ferrario, 
professore di Teologia Sistematica alla Facoltà Valdese di Teologia di Roma


«Cattolicità» protestante 
A che punto è il processo di unità del protestantesimo europeo? E lungo quali strade può proseguire? L’assemblea generale della Comunione di Chiese protestanti in Europa (Ccpe), che si tiene a Firenze dal 20 al 26 settembre, tenterà di dare una risposta a queste domande. Per comprendere la natura e gli obiettivi di questo importante appuntamento, può essere utile un veloce sguardo al recente passato.
Un po’ di storia. Nel 1973 la maggior parte delle chiese luterane, riformate e unite (l’aggettivo indica diverse chiese regionali tedesche che integrano, in vari modi, le due tradizioni confessionali) d’Europa sottoscrive la Concordia di Leuenberg (località vicino a Basilea). Il documento segna il superamento definitivo delle divisioni tra evangelici determinatesi nel XVI secolo. La decisiva novità è la seguente: le singole tradizioni confessionali non risultano abbandonate; e si constata il permanere di differenze teologiche, anche su questioni rilevanti. Si afferma, tuttavia, che tali differenze non hanno un significato tale da dividere le chiese. Di conseguenza, quelle che sottoscrivono la Concordia di Leuenberg sono chiese in piena comunione reciproca. In concreto: un membro o un ministro di una chiesa riformata può essere accolto in una chiesa luterana, e viceversa. La portata decisiva del testo risiede nell’attuazione di una precisa visione dell’unità cristiana: la diversità non si oppone all’unità, bensì l’arricchisce. Il peccato che deve essere rinnegato non è la diversità, ma la divisione. In tal modo, il mondo protestante realizza per la prima volta l’obiettivo del movimento ecumenico, cioè, appunto, l’unità nella diversità. Dopo il 1973, diverse chiese si sono aggiunte a quella che allora si chiamava «Comunione di Leuenberg» e che ora è la Ccpe. Nel 1994, le chiese metodiste europee sono entrate in questo processo di comunione.
Un processo, appunto. La comunione, infatti, non è un dato acquisito una volta per tutte, bensì un cammino. Esso si è approfondito attraverso decine di colloqui su temi teologici, che hanno prodotto diversi documenti di notevole importanza: il principale è La chiesa di Gesù Cristo, un condensato della visione evangelica della chiesa. Il modello di Leuenberg è stato applicato anche ad altri dialoghi ecumenici e ha condotto a significativi accordi tra alcune chiese europee e la Chiesa d’Inghilterra.

La grande sfida. La comunione ecclesiale, tuttavia, non vive di sola teologia. Il protestantesimo europeo ha un’enorme sfida davanti a sé: quella di proporsi alle società del nostro continente con una voce il più possibile unitaria. A suo tempo è risuonata la proposta di un Sinodo protestante europeo. Per diverse ragioni, questo obiettivo resta abbastanza remoto.
L’assemblea di Firenze, tuttavia, intende fare alcuni piccoli passi nella direzione di una più profonda unità, su alcune questioni importanti, tra le quali ne voglio menzionare una.
Il protestantesimo deve crescere per quanto riguarda la cattolicità della chiesa, cioè la capacità di ciascuna chiesa di camminare non contro né senza, bensì insieme alle altre. Ciò richiede anche istituzioni che abbiano l’autorità di esprimersi, su alcuni punti decisivi, in termini che impegnino tutte le chiese. Se così non fosse, avrebbe ragione Roma, che accusa la Ccpe di manifestare un’unità «minimale» e, anche, «nominale». La storia delle chiese protestanti richiede, in un simile cammino, molta delicatezza: nessuno di noi vuole rinunciare alla propria autonomia che, anzi, è al centro di questo progetto ecumenico. Come vivere concretamente una polifonia che non sia anarchica, bensì in grado di esprimere la creatività dello Spirito nell’unità di intenti della chiesa? Firenze non risolverà questo problema: vorrebbe, però, discuterlo.
In Italia. Il fatto che l’assemblea si svolga in Italia, su invito dalla Chiesa luterana e di quelle valdesi e metodiste, rappresenta anche per gli evangelici del nostro paese un’occasione di verificare il nostro percorso comune. I rapporti sono buoni, lo sappiamo. Ma la comunione non si riduce al buon vicinato, esige una testimonianza resa insieme. A Firenze si parlerà, presumo, anche del cinquecentesimo anniversario della Riforma, nel 2017. Il cardinale Koch ha recentemente dichiarato che non è possibile «celebrare un peccato», cioè la divisione. Un motivo in più per mostrare, anche a chi non vuol vedere, che la Riforma è un impulso di unità, e che la Ccpe è solo l’inizio. Firenze è una tappa, che ci aiuterà a proseguire. 
Fulvio Ferrario



tratto da: Riforma, 21 settembre 2012 - Anno XX - numero 36, pp.1.12.

mercoledì 19 settembre 2012

LIBERI PER IL FUTURO - ASSEMBLEA PROTESTANTE


VII assemblea della CCPE
VII Assemblea generale della Comunione di chiese protestanti in Europa (CCPE)
in rappresentanza di 50 milioni di evangelici
Ad aprire l'evento saranno il presidente della CCPE Thomas Wipf, e i rappresentanti delle chiese membro italiane: il moderatore della Tavola valdese, Eugenio Bernardini; il decano luterano, Holger Milkau; la presidente della Chiese metodiste, Alessandra Trotta

"Liberi per il futuro": con questo motto si svolgerà dal 20 al 26 settembre a Firenze la VII Assemblea generale della Comunione di chiese protestanti in Europa (CCPE), meglio conosciuta come "Concordia di Leuenberg". Una prima per l'Italia, che vedrà riuniti nel capoluogo toscano i rappresentanti dei 50milioni di europei eredi di Martin Lutero, Giovanni Calvino, Ulderico Zwingli e John Wesley: riformati, luterani, metodisti, valdesi, unionisti del vecchio continente provenienti da una trentina di paesi. Essi definiranno le priorità di lavoro per i prossimi 6 anni, tra cui: l'ecumenismo, il pluralismo religioso in Europa e il Cinquecentenario della Riforma del 2017.


Durante l'assemblea i convenuti si interrogheranno su cosa significa essere chiesa protestante nel nostro tempo, su quali sono le sfide alle quali le chiese protestanti sono chiamate a rispondere insieme, su dove e in quale misura possono essere fatte delle riforme. "La parola della libertà è cruciale per le chiese protestanti", ha dichiarato il vescovo luterano Michael Bünker, segretario generale della CCPE, aggiungendo: "Mi aspetto dei dibattiti intensi, ma anche delle decisioni che potranno dare nuovi impulsi al futuro della CCPE".

Per l'occasione sono attese a Firenze 250 persone - delegati, osservatori e ospiti - tra cui i segretari generali Olav Fykse Tveit del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC), Guy Liagre della Conferenza delle chiese europee (KEK), Rosangela Jarjour della Comunione delle chiese evangeliche in Medioriente e Tony Peck della Federazione europea battista. Per il Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani sarà presente mons. Matthias Türk.

Ad aprire i lavori saranno nel pomeriggio del 20 settembre il presidente della CCPE, il pastore riformato Thomas Wipf, e - in rappresentanza delle chiese membro ospitanti - il pastore Eugenio Bernardini, moderatore della Tavola valdese; il pastore Holger Milkau, decano della Chiesa evangelica luterana in Italia (CELI); Alessandra Trotta, presidente dell'Opera per le chiese evangeliche metodiste in Italia (OPCEMI). Il sermone del culto di apertura che si terrà alle 20.30 è affidato al teologo valdese Fulvio Ferrario.


tratto da: NEV - Notizie Evangeliche del 17 settembre 2012

Per informazioni:
Agenzia NEV - Notizie Evangeliche
Federazione delle chiese evangeliche in Italia
tel. 06/48.25.120
fax 06/48.28.728
e-mail: Agenzia Stampa NEV

lunedì 21 maggio 2012

Welcome in Italy

sorelle e fratelli in fede provenienti dalla
United Reformed Church Waldensian Fellowship

grazie della gradita visita!



venerdì 4 marzo 2011

lunedì 14 febbraio 2011

EVANGELICI E RISORGIMENTO - GIORGIO TOURN INTERVISTA EMANUELE FIUME



1861 - 2011

a cura di Giorgio Tourn

Ottemperando alla decisione del sinodo 2006, che aveva votato un ordine del giorno invitando le chiese metodiste e valdesi a partecipare in modo propositivo alle manifestazioni del 2011, la Tavola ha nominato una commissione per organizzare alcune manifestazioni comuni in questa prospettiva. Il coordinatore di questa commissione, Emanuele Fiume, pastore della chiesa valdese di via IV Novembre a Roma, ci ha rilasciato questa intervista. 



1861 - 2011

a cura di Giorgio Tourn
Intervista al pastore Emanuele Fiume sulle celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia
Ottemperando alla decisione del sinodo 2006, che aveva votato un ordine del giorno invitando le chiese metodiste e valdesi a partecipare in modo propositivo alle manifestazioni del 2011, la Tavola ha nominato una commissione per organizzare alcune manifestazioni comuni in questa prospettiva. Il coordinatore di questa commissione, Emanuele Fiume, pastore della chiesa valdese di via IV Novembre a Roma, ci ha rilasciato questa intervista.

il pastore Emanuele Fiume
Che significato riveste a suo giudizio per l'evangelismo italiano questa ricorrenza? 
Con il Risorgimento sono emerse tre novità per il nostro paese. La prima: non dovevano più esistere italiani di serie B. Non dovevano esserci più ghetti, né alpini per i valdesi, né urbani per gli ebrei. Il Risorgimento, condotto in larga misura contro il potere temporale del papa, fonda un concetto di cittadinanza che non discrimina a seconda della religione professata. Seconda novità: la Bibbia. La vecchia traduzione del Diodati, approntata nella prima metà del Seicento "per aprire agli italiani le porte della verità celeste", come scrisse il Diodati stesso, sarà diffusa, in toto o in porzioni, in quasi venti milioni di copie dal Risorgimento ad oggi. Ben prima che la gerarchia cattolica permettesse, o finalmente raccomandasse, la lettura del testo sacro. E questa diffusione, fino agli anni della scolarizzazione di massa, è stata accompagnata da un notevolissimo sforzo di alfabetizzazione di massa. Terza novità sono le nostre chiese di diaspora, chiese di convertiti, chiese non solo valdesi, ma pure metodiste, battiste, dei Fratelli, avventiste, poi anche pentecostali. Insomma, si è seminata nel nostro paese una minuscola, ma diffusa e capillare presenza evangelica talvolta disorganizzata e litigiosa, ma certamente vivace e con nessuna voglia di scomparire.

A che punto sono i progetti della commissione in vista del 2011?
I progetti sono a buon punto. Sarà presto diffuso un manifesto comune a disposizione delle chiese e dei centri culturali per le celebrazioni. Seguirà un bel volume biografico su "I convertiti", un archivio online sugli evangelici del Risorgimento, una mostra a pannelli a disposizione su prenotazione, convegni storici e spettacoli teatrali.

Che risposta c'è da parte delle nostre chiese a queste celebrazioni?
La risposta è di un discreto interesse, anche se paghiamo lo scotto del fatto che le celebrazioni nazionali extra ecclesiamsono ridotte al minimo indispensabile, col rischio che l'abbinata 1861-2011 sia suonata in sordina. Tuttavia c'è interesse, soprattutto laddove le chiese hanno conservato una memoria storica sulla loro origine (o sul loro profondo cambiamento, come nel caso delle Valli) risorgimentale o appena postrisorgimentale. Talvolta questa memoria esiste, ma deve essere rinnovata. Quanti si ricordano che la festa del XVII febbraio è una festa risorgimentale, tra l'altro l'unica celebrazione risorgimentale ad aver avuto una continuità storica piccola, ma vivace e  sentitissima alle Valli e in tutta Italia? Forza! Il 1861-2011 è la festa di tutti gli italiani! Il 1861-2011 è la nostra festa!




10 gennaio 2011

tratto dal sito: www.chiesavaldese.org 
in data: 14 febbraio 2011.