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martedì 15 marzo 2011

STUDI DI STORIA DELLA RIFORMA PROTESTANTE IN VALLE D'AOSTA



DISSIDENZA RELIGIOSA E RIFORMA PROTESTANTE IN VALLE D'AOSTA 
Leo Sandro Di Tommaso 

Non si fa ricerca storica per glorificare un popolo, ma certamente il popolo valdostano è stato esaltato spesso dalla storia per eventi a cui non ha partecipato perché diretti dalle classi egemoni, magari contro il popolo e i suoi interessi. La Riforma in Valle d'Aosta si manifestò, con la vistosa eccezione delle parrocchie luterane, come silenziosa adesione e duratura resistenza di circa settanta anni e come esplosione inaspettata rispetto alla fisionomia religiosa della popolazione, del clero e dell'aristocrazia. Per questo essa appare come un fenomeno apparentemente inspiegabile, un'isola nel mare magnum della tradizione cattolica. Questo lavoro, sebbene si occupi soprattutto della storia della Riforma in Valle d'Aosta, cerca anche di restituire al pubblico dei lettori e degli studiosi la storia religiosa di questa zona dall'alto Medio Evo alla Controriforma, raffigurandola come un trittico che vede al centro incunearsi il settantennio inopinato della resistenza riformatrice, mentre ai quadri laterali si situano due lunghi periodi di ortodossia, in cui, prima e dopo la Riforma, l'unica o quasi manifestazione di devianza fu la stregoneria. Questo quadro rende specifica la Riforma in Valle d'Aosta, dandole caratteristiche che non si vedono e che si appiattiscono, se si inserisce questa fase della storia valdostana nell'ambito della Riforma in Piemonte.





- Leo Sandro Di Tommaso, 
Dissidenza religiosa e Riforma protestante in Valle d'Aosta
Roger Sarteur Editore, Aosta, 2008, pp. 248.










Introduzione di Leo Sandro Di Tommaso

Questo lavoro si occupa soprattutto della storia della Riforma in Valle d’Aosta, che, nonostante le somiglianze con le vicende piemontesi, ha una specificità che non permette di assimilarla semplicemente ad esse, come ha fatto qualche studioso, anche illustre, del passato .
Infatti la Riforma in questo territorio si manifestò prevalentemente, con alcune vistose eccezioni relative alle parrocchie divenute luterane, come silenziosa adesione e duratura resistenza di circa settanta anni e come esplosione inaspettata rispetto alla fisionomia religiosa della popolazione, del clero e dell’aristocrazia.
Per questo essa si presenta a prima vista come un fenomeno apparentemente inspiegabile, un’isola nel mare magnum della tradizione cattolica, un periodo eccezionale.
Inoltre occorre dire che, sebbene non si sia mai “instaurata” una Riforma in Valle d’Aosta, le adesioni segrete o pubbliche al luteranesimo serpeggiarono tra le file del clero e del popolo con vigore ed estensione tali da preoccupare moltissimo le autorità, inducendole a intervenire drasticamente.
Potremmo paragonare la storia religiosa della Valle d’Aosta dall’alto Medio Evo alla Controriforma a un trittico che vede al centro incunearsi questo settantennio inopinato, mentre ai quadri laterali si situano due lunghi periodi di ortodossia, in cui, prima e dopo la Riforma, l’unica o quasi manifestazione di devianza fu la stregoneria.
La prima parte di questa ricerca rivela che questa zona importantissima delle Alpi ha presentato un assetto politico ed ecclesiastico che può forse spiegare, da un lato, la sua immunizzazione dalle eresie vere e proprie, e, dall’altro, un tipo di devianza religiosa che è tradizionale in zone simili alla Valle d’Aosta.
Per questo ho pensato che l’analisi della storia religiosa valdostana anteriore alla Riforma dovesse comprendere, oltre a un’indagine sul particolare intreccio tra storia ecclesiastica e storia politica, un’inchiesta sul movimento valdese medievale, poiché il valdismo e il catarismo rappresentano la punta più avanzata e significativa della contestazione religiosa a partire dal XII secolo.
Tale raffronto consente di capire come il territorio valdostano, diversamente dalle zone contigue e da altre plaghe con strutture socio-economiche simili, sia stato impenetrabile ai movimenti ereticali più significativi.
L’inchiesta sul valdismo medievale si basa sul confronto delle tipologie processuali relative, da una parte, alla stregoneria e, dall’altra, all’eresia, sebbene la stregoneria comprenda anche la condanna per eresia, in riferimento al patto con Satana, e sebbene la valdesia sia stata a un certo punto sinonimo di stregoneria.
Questa parte introduttiva, quindi, costituisce il necessario background di tutta la vicenda valdostana della devianza religiosa dalla stregoneria del secolo XV alla Riforma luterana e calvinista, dalla repressione della Riforma alla Controriforma, con la conseguente chiusura della Valle d’Aosta all’apporto del pensiero e della cultura europea fino alla metà del XIX secolo, dalla nuova successiva ondata di processi per stregoneria alla nascita e al modesto ma tenace radicamento del valdismo ottonovecentesco in questa regione .

Stando almeno alle fonti finora disponibili, due assenze colpiscono subito chi osservi attentamente questo quadro di riferimento: nel territorio valdostano non vi sono stati né sintomi che facciano pensare a un movimento riformatore “ortodosso”, coevo alla cosiddetta “riforma gregoriana” (910-1122), né tracce di movimenti ereticali, soprattutto del catarismo e del valdismo, eresie prìncipi, ampiamente presenti sia in aree rurali sia soprattutto nelle città al di là e al di qua delle Alpi e, tra le Alpi stesse, in zone anche agricole .
Questa è la prima sorpresa, anche perché movimenti di tal genere sono apparsi, come avremo modo di osservare, in località non così lontane dalla Valle d’Aosta. Infatti il catarismo era già vivo e operante nel XII secolo nell’intera valle del Po, in molte altre zone anche dell’Italia centrale, in Germania (che, secondo qualche storico, sembra essere stata la sua culla ), in molte plaghe della Francia, ma soprattutto nel sud, zona di vasto e profondo radicamento.
Il valdismo, poi, dalla fine del XII e poi a partire dal XIII secolo, da Lione si era diffuso a macchia di leopardo, dopo il breve periodo in cui si era manifestato come movimento di rinnovamento all’interno della chiesa romana, non solo nelle stesse zone in cui operavano i catari, ma anche in territori diversi sia dell’Italia sia dell’Europa.
Queste due assenze (nel mio lavoro non tratto del catarismo, anche se indirettamente l’inchiesta che conduco dimostra che era assente anch’esso) sono comunque in rapporto tra loro poiché la chiesa di Roma, che aveva accettato movimenti di protesta popolare – quale, per esempio, la Pataria milanese –, ritenuta conclusa la sua azione riformatrice con il concordato di Worms del 1122, richiese il titulus (cioè la qualifica specifica di chierico: diacono, prete, vescovo, ecc.) sia per l’esercizio del ministero della parola, sia per le azioni pratiche contro i preti simoniaci o concubinari. Per questo man mano i Patari e altri gruppi confluirono in gran parte nei nuovi movimenti ereticali, quale quello valdese o quello degli Umiliati.
Quindi l’assenza in Valle d’Aosta di movimenti ereticali, a partire dalla fine del XII secolo e soprattutto nel corso dei secoli XIII, XIV e XV, forse può essere spiegata anche con il precedente vuoto di iniziative di riforma in linea con l’azione papale.
Naturalmente occorrerà studiare e analizzare questo primo vuoto, cercando anche di trovarne la ragione: questo sarà uno dei compiti del presente lavoro.

Ma la Valle d’Aosta non mancò all’appuntamento della Riforma: anzi – ed ecco la seconda sorpresa – intorno agli anni Venti del Cinquecento, cioè in esatta coincidenza con l’inizio della Riforma di Lutero, l’intero territorio valdostano fu attraversato, in modo non dissimile dalle zone vicine della Savoia, del Piemonte, della Francia e della Svizzera, da un vero vento riformatore.
Non si può non rimanere sconcertati nell’osservare come in una zona in cui, fino alle soglie del 1500, la devianza religiosa si era manifestata esclusivamente come stregoneria e che in seguito ancora si manifesterà in forme simili, all’improvviso e contrariamente a tutto quel suo passato “ortodosso”, esploda la Riforma protestante che, serpeggiando e penetrando tra le file del clero, tra i nobili, tra il ristretto ceto borghese e tra il popolo, conquistò ampi consensi, protraendosi a lungo nonostante la dura repressione.
Questo fatto rende specifica la Riforma in Valle d’Aosta, dandole caratteristiche che non si vedono e che si appiattiscono se si inserisce questa fase della storia valdostana nell’ambito della Riforma in Piemonte.
Questo non toglie nulla al fatto che i fermenti e i movimenti, gli uomini e le idee che si manifestarono in Piemonte siano stati più rilevanti, tanto più che si espressero anche con scritti e personaggi di indiscusso valore, con eventi di grande portata, come l’adesione alla Riforma delle popolazioni delle tre valli valdesi: si vuole solo dire che la Valle d’Aosta ebbe una sua specificità che va salvaguardata e non va confusa con quelle di altre zone.
Ci si può anche chiedere se la straordinaria adesione alla Riforma per un territorio molto “ortodosso”, quale quello valdostano, possa rimettere in discussione tutto l’apparato storico-ideologico edificato per spiegare, in modi anche opposti, il periodo che va dall’XI al XVI secolo.
Non so se il presente lavoro darà una risposta valida ed esaustiva a questa domanda, anche se si propone di farlo: dico solo che gli studi finora esistenti sulla Riforma protestante in Valle d’Aosta non hanno esaminato la questione nel suo complesso, hanno minimizzato o negato, contro le stesse fonti, il luteranesimo, confondendolo anacronisticamente con il calvinismo, autorizzati dalla falsificazione di un documento avvenuta durante l’episcopato di Martini (1611-1621), e infine e soprattutto, hanno dato ragione degli eventi partendo soltanto dal punto di osservazione della Controriforma.
È interessante notare come le fonti stesse non tendano a minimizzare il fenomeno: anzi, attribuiscono il rigoglio della Riforma in Valle d’Aosta soprattutto a una sorta di tradimento del clero, che si manifestava nella perversa abitudine della commenda nelle parrocchie, nelle stesse comunità monastiche e nei due capitoli cittadini, nelle lunghe assenze episcopali, sia per sede vacante sia per incarichi politici dei titolari dell’episcopato, e nel lassismo liturgico che spesso faceva registrare sia l’assenza di libri per i riti sia del tabernacolo eucaristico nelle chiese; insomma, nello stato di generale abbandono del ministero da parte del clero.
L’insieme di tutte queste carenze, ma soprattutto la loro lunga durata, contribuì a incancrenire la situazione, creando in molti elementi del clero, in alcuni aristocratici, in taluni notabili e nel popolo, il desiderio di rinnovamento: il malcontento sfociò in volontà di “changer religion”, come si esprime il vescovo storico Duc.
Vedremo comunque che altre ragioni, altre forze, e in particolare la nuova situazione “aperta” del territorio valdostano, contribuirono alla fioritura della Riforma.

Riguardo alla critica del taglio storiografico controriformista, cui accennavo in precedenza, dichiaro che la mia non vuole essere una condanna: sarebbe da stolti non contestualizzare gli studi storici di qualunque periodo, come lo è non contestualizzare gli eventi storici in generale.
Oggi, poi, possiamo capire la radice profonda di quella storiografia, che in parte si giustifica con il silenzio dei protagonisti protestanti. Facendo, infatti, riferimento all’evento più consistente in termini cronologici e numerici, quale fu la diffusione del luteranesimo dagli anni Venti del Cinquecento alla morte del vescovo Ginod, avvenuta il 26 febbraio 1592, si può notare che solo le istituzioni e alcune figure importanti di parte cattolica hanno lasciato una messe di testimonianze ancora oggi largamente note. Anzi, lo scenario in cui si mossero istituzioni e leader non solo sono conosciuti ma talora sono stati mitizzati con la ricostruzione di un processo che, oltre a configurarsi come marcia trionfale del cattolicesimo, alla fine consolidò – come vedremo parlando del Conseil des Commis – lo stesso assetto politico valdostano che – oggi lo si può dire – fu tutto a favore degli interessi delle classi dirigenti, compresa la scelta di non accostarsi ai cantoni elvetici: un’occasione storica unica, mancata.
Al contrario, di fronte a tale mole di testimonianze di parte cattolica, per la parte riformata le figure importanti, provenienti dalle file del clero, dell’aristocrazia e dello sparuto ceto borghese, appaiono solo come un elenco di persone dai contorni imprecisi, mentre degli appartenenti agli strati popolari ben poco si sa al di fuori delle testimonianze che ne parlano come di un numero consistente.
Questa parte non ha lasciato documenti scritti, per cui l'analisi dovrà cercare di svelare, oltre il silenzio dei vinti, fatti e circostanze almeno probabili, desumendoli proprio dalle ricostruzioni storiografiche di parte e quasi scavandone le fondamenta.
Altra questione di rilievo è quella delle narrazioni e ricostruzioni sulla presenza di Calvino in Valle d’Aosta, su cui si sono esercitati in passato storici ed eruditi cattolici e protestanti: in questo libro il problema sarà affrontato a partire dalla prima timida apparizione dell’aggettivo “Calvinium” al posto di “Lutheranum” nella copia “B” del Catalogus di Jean-Ludovic Vaudan (o Voudan, come lo stesso autore scrive talora il suo cognome). L’analisi della fonte vaudaniana cercherà di far luce sui motivi che possono aver spinto a correggere i testi originari, adattandoli alla costruzione della leggenda alla quale non credeva neppure Jean-Baptiste de Tillier.

Mentre la lunga durata dell’adesione alla Riforma è indice significativo di strenua resistenza, la vicenda dei protagonisti della Controriforma in Valle d’Aosta presenta un groviglio di intrecci politico-religiosi che la rendono, al suo interno, contraddittoria se non addirittura cangiante a seconda dei vari personaggi che si susseguono sulla scena politico-ecclesiastica valdostana.
Sarà proprio questo intreccio, insieme con il continuo rimando alla folla quasi anonima dei protestanti valdostani, a dare il taglio alla mia trattazione. La quale, quindi, si presenta strutturata con continui interscambi che cercano di restituire al lettore la dialettica tra la politica e la religione dei potenti, che spesso si scambiavano le parti, e quello che si riesce a intravedere della fede di coloro che volevano un cambiamento.
Questa impostazione non credo sia dissimile dalle storie della Riforma finora note, sebbene esse trattino anche gli aspetti più propriamente teologici; ma altrove i riformatori scrissero opere, dibatterono problemi, presero decisioni; elementi che, come si è detto, non si ritrovano nel pur vasto e radicato movimento riformatore valdostano.
Ma questa modesta storia di una Riforma “regionale” intende soltanto e semplicemente riflettere sulle peculiarità del movimento riformatore così come si manifestò in questo territorio.

Leo Sandro Di Tommaso



PREFAZIONE di Giuseppe Sergi

Dagli antichi insegnamenti universitari verso cui dimostra generosa gratitudine, Leo Sandro Di Tommaso avrebbe dovuto trarre due divieti: non occuparsi della regione che abita e, neppure, di temi che potessero sfiorare le scelte personali di fede. A molti sembrerà improponibile, ma lo storico perfetto è quello che prova il massimo disinteresse per l’oggetto delle sue ricerche. Invece l’autore di questo libro, dalla tesi di laurea fino ad anni recenti, non ha evitato quei terreni potenzialmente minati. Credo che l’abbia saputo fare nel modo più corretto e rigoroso possibile proprio perché consapevole della necessità di esorcizzare inclinazioni individuali e ambientali attivando, in più, una procedura che può dare frutti: la dialettica culturale fra individuo e ambiente.
Alla solida formazione filologica, alla scrupolosa propensione all’accertamento sistematico delle fonti e dei fatti, Di Tommaso ha infatti sempre aggiunto una positiva “cultura del sospetto”: sospetto verso ciò che si è sempre ripetitivamente affermato; sospetto verso sistemi di valori acriticamente condivisi; sospetto, soprattutto, verso l’uso pubblico e politico della storia.
Dunque l’autore di questo libro non è stato drastico nell’attenersi agli imperativi qui ricordati all’inizio, ma in un certo senso ne ha sempre mantenuto lo spirito. Come molti suoi colleghi (insegnanti e bibliotecari, archivisti e operatori culturali) ha dato e continua a dare all’Università la sensazione di essere utile in un modo diverso dal semplice conferimento delle lauree: con fili che non si interrompono, tratti di percorsi comuni fra docenti ed ex-allievi, produzione di ricerche che possono, senza affatto sfigurare, essere pubblicate in periodici scientifici.
Le pagine che seguono non sono tuttavia esito di una semplice applicazione di tecniche storiografiche imparate e progressivamente affinate. Sono il frutto di un metodo reso articolato e complesso da una ricerca personale di equilibrio fra schedatura delle fonti e stimoli delle proprie letture, non sempre erudite e non necessariamente specifiche. C’è, in questo, una trasparenza di cui può giovarsi il lettore, che invece di trovarsi alla prese con note adatte solo a iniziati, trova anche citazioni di Friedrich Engels e di Marc Bloch, antiche questioni della grande storia, poste dal primo, e conclusioni rimaste insuperate, raggiunte dal secondo.
Tre sono le domande a cui il libro intende rispondere: ci sono stati preannunci del movimento riformatore in Valle d’Aosta? Quali caratteri ha avuto questo movimento fra i secoli XV e XVII? Se non si hanno prove del passaggio di Calvino in valle, perché la sua presenza è entrata a far parte di una sorta di mito fondativo della regione?
La prima domanda ha dato luogo a un consistente numero di pagine dedicate al medioevo, dal secolo XI al XIV. Troviamo due nozioni di ortodossia: quella romana - sviluppata dalla riforma gregoriana del secolo XI - e quella della ricerca dottrinale da parte di movimenti di fedeli che antepongono la perfezione all’obbedienza, l’ansia di salvezza all’accettazione di compromessi istituzionali: e di questi movimenti la Valle d’Aosta sembra priva. Prima l’assenza di mobilitazioni pauperistiche assimilabili alla Pataria lombarda, poi l’agire convergente di poteri laici ed ecclesiastici, spiegano una lettura tutta in chiave di stregoneria di tutte le manifestazioni ereticali che dovevano essere perseguite: trasmesse dalle fonti, dunque, non come fermenti religiosi, bensì come vere e proprie forme di devianza. Nel Quattrocento valdostano - secondo uno schema reperibile anche nella Svizzera Romanda e in Savoia - la definizione “valdese” non aveva valore specifico, ma era applicata a presunte attività stregonesche.
Di Tommaso compie un’indagine iniziale, su più di quattro secoli, senza cedere alla tentazione di cercare sviluppi unidirezionali. Si è attenuto a una redditizia procedura: individuare campi cronologici posti, sì, in successione, ma valorizzati soprattutto per allargare volta per volta il contesto, mai esclusivamente valdostano e, al tempo stesso, mai desunto passivamente dalla storia generale. Dà il giusto peso a un diminuito interesse sabaudo, dopo Umberto III, per i poli ecclesiastici dell’abbazia di St.-Maurice-d’Agaune e della sede vescovile di Aosta, che hanno in parte perduto il precedente ruolo di radicamento e di legittimazione. Rileva, sul piano della vita associata e dei rapporti fra nobiltà e ceto mercantile, un adeguamento valdostano alla temperie sociale complessiva (in particolare del regno italico) con almeno mezzo secolo di ritardo. Valorizza giustamente alcuni decenni che la migliore ricerca sul dissenso religioso ha individuati come cruciali: quelli compresi fra il Dictatus Papae di Gregorio VII (1075) e il concordato di Worms del 1122, aiutandoci a ricordare che non bisogna essere precipitosi nel sovrapporre l’affermazione del centralismo romano e la lotta per le investiture.
Nel Trecento la Valle d’Aosta non era stata neppure luogo di rifugio per i Dolciniani, e questa constazione accompagna l’autore verso la seconda domanda e verso la parte centrale del suo lavoro: dall’assenza di preannunci medievali di dissidenza religiosa alle espressioni locali della Riforma e della Controriforma nella prima età moderna. Non è una semplice successione cronologica: quell’assenza spiega alcuni caratteri della riforma valdostana e del suo superamento. Il successo della nuova predicazione fu immediato e notevole, forse per la grande quantità di diritti politici in mano alle chiese, sicuramente perché i fedeli lamentavano l’assenteismo dal lavoro pastorale di molti chierici, impegnati a occuparsi dei proventi delle cariche ecclesiastiche assegnate per commenda. Il quadro socio-politico del Cinquecento valdostano appare cristallizzato, carente di borghesia e saldo nel suo inquadramento entro il principato sabaudo: non solo non ci sono le condizioni per l’importazione di un modello cantonale di tipo elvetico, ma la fortuna iniziale della riforma non si può attribuire a ‘responsabilità’ esterne, secondo un’ispirazione “gallicana”, bensì a predicazioni provenienti dal mondo stesso dei fratres cattolici, in particolare da Ivrea.
Di Tommaso - grazie anche alla sua capacità di tener conto, insieme, di uno “scenario geo-politico” non limitato alla valle ma anche di valutare le specifiche attestazioni locali - ci introduce al tema della gradualità e della provvisorietà. Parrocchie che passano “a una forma di luteranesimo” testimoniano di fasi in cui non si sta da una parte o dall’altra, in cui non ci sono repentine conversioni di massa, in cui si sperimentano forme di vita religiosa in cui sono ampie le aree grigie fra due diverse concezioni dell’ortodossia. Poi, a metà del Cinquecento, i protestanti valdostani si rifugiano nel silenzio, e da lì al primo Seicento la Controriforma non si limita a un’azione di recupero, conduce una vera lotta, con poteri coordinati fra loro perché il contesto regionale lo consente: il vescovo Pietro Gazino, il visconte René de Challant, il duca Emanuele Filiberto. Si costruisce la “cittadella della cattolicità” che funge da barriera, interrompendo i suoi rapporti con la Svizzera.
Grazie a tutte queste acquisizioni, la terza domanda (sulla leggenda dotta della presenza di Calvino in valle nel 1536) dà occasione di un vero esercizio di metodo. Perché Duc, in particolare, voleva negare fermenti protestanti locali precedenti il 1536 (e si vede in questo libro che aveva buone ragioni), ma voleva anche sostenere una generale refrattarietà valdostana (non vera, invece) rispetto al dissenso religioso, di cui gli piaceva sottolineare il carattere d’importazione. Curiosamente, in questa operazione di fondamento di un mito fra Seicento e Ottocento, si realizzò una convergenza con gli storici protestanti. Anch’essi istintivamente volevano nascondere qualcosa: per valorizzare la grande itineranza della predicazione - e il peso dei centri transalpini di elaborazione dottrinale - occorreva mettere tra parentesi l’attività più locale dei predicatori eporediesi e dei parroci sperimentatori. Dall’una e dall’altra parte, dunque, storia ‘usata’, piegata a fini propagandistici, da diversi fronti in grado di fornire materiale per un’unica costruzione identitaria. Di Tommaso ci accompagna in una visita ‘nella’ storia ma anche ‘sulla’ storiografia: con lo scopo del necessario restauro della sua neutralità.

Giuseppe Sergi




Postfazione di Paolo Papone:

Davvero benvenuto il lavoro di Leo Sandro Di Tommaso! La storiografia valdostana ha una tradizione antica, e pertanto presenta i pregi e i difetti di chi deve fare i conti con una eredità cospicua e stratificata. Ci furono tempi nei quali il racconto storico si impastava anche con i "si dice" e – quando era in gioco la religione – con l'argomento teologico della "convenienza", ovvero, considerando il contesto e la presunta statura morale dei personaggi, la convinzione che lo sviluppo degli eventi non potesse non seguire una certa logica, anche se nessun dato veniva a suffragarla. È chiaro che in tale prospettiva entrava una massiccia dose di soggettività arbitraria a condizionare non soltanto le valutazioni, ma anche la narrazione dei fatti. Oggi ci sentiamo più smaliziati, nonché fortunati fruitori di archivi finalmente ordinati, e tuttavia non siamo affatto convinti di poter attingere la reale oggettività dei fatti. Per avvicinarci un po' di più a questa meta, pare che non vi sia alternativa al dialogo tra prospettive diverse. Ecco perché accogliamo con gratitudine questa ricerca, questa nuova fatica editoriale.
In fondo, coloro che, poco o tanto, hanno percorso i sentieri della storia valdostana, soprattutto in chiave religiosa, si riconoscono tutti eredi di mons. Joseph-Auguste Duc, dalla cui opera monumentale hanno attinto e bevuto con labbra ora voraci, ora schifiltose. Perché i dieci volumi dell'Histoire de l'Eglise d'Aoste sono come le chiese costruite durante l'episcopato di mons. Duc: magniloquenti, verrebbe da dire esagerate, trionfalistiche, comprensibili come risposta a un clima socio-culturale che cercava di ridimensionare i vari aspetti della presenza della chiesa cattolica. Con questa impostazione, la storiografia di impronta duchiana ovviamente non andava in ricerca delle voci critiche, oppure le ridimensionava, facendone episodi marginali che non mettevano in pericolo la massiccia unità di fede e di morale del popolo valdostano.
Per far risaltare il colore della riforma protestante nella trama della storia valdostana, era proprio necessaria una voce riformata, quella che risuona in queste pagine. Si tratta di un lavoro insostituibile, per il fatto che nessun cattolico (ma anche nessun ateo o agnostico) si è finora occupato a fondo né forse si occuperà di una realtà, quella della riforma in Valle d'Aosta, che, stando ai numeri, non parrebbe avere grande rilevanza, mentre, guardata da un'altra prospettiva, diventa una cartina di tornasole delle dinamiche interne sociali, religiose e politiche di un segmento importante della nostra storia.
Proprio come nel leggere il vescovo Duc, anche qui si potrebbe sospettare troppa parzialità, opposta ma uguale a quella dell'illustre predecessore. Invece l'acribia storica di Leo Sandro Di Tommaso non è inficiata dal suo entusiasmo, perché il suo "interesse" è palesato fin da subito: il lettore non fatica a "far la tara", mentre viene utilmente e vivacemente stimolato a evitare una ottusa ripetizione del già detto. Proprio da cattolico, come rappresentante ordinato di quella chiesa cattolica che nel XX secolo ha perso gran parte della gloria mondana che fino a poco prima la assomigliava e la associava ai poteri di questo mondo, e che ora si è riconosciuta un po' più libera di camminare sulle vie del vangelo, leggo con molto interesse queste pagine, come uno che dalla sua finestra guarda un grande albero e chiede al dirimpettaio di raccontargli che cosa vede, di quell'albero, dalla sua finestra. Nel raccontarci vicendevolmente quel che vediamo, entrambi conosciamo molto meglio la realtà.

Paolo Papone



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BIOGRAFIA

Leo Sandro Di Tommaso 



Leo Sandro Di Tommaso, insegnante e ricercatore, ha pubblicato saggi di medievistica (Comunità cittadina e potere signorile nell'Aosta medievale in Aosta; La vicenda storiografica delle franchigie aostane), e ricerche sulla dissidenza religiosa (La Riforma protestante in Valle d'Aosta. Una lunga e silenziosa resistenza tra guerra e neutralità armata in un crocevia dell'Europa; Calvino ad Aosta. Nascita e sviluppo di una leggenda politico-religiosa; Valdesi in Valle d'Aosta. Percorsi religiosi e culturali di una minoranza religiosa radicata nel territorio [1848-1950, 1951-2001]). I saggi sulla Riforma e su Calvino sono confluiti, dopo una puntuale revisione e con l'aggiunta della prima parte, nel volume che ora avete sotto mano. L'autore è membro del CRISM (Centro di Ricerca sulle Istituzioni e le Società Medievali) e del gruppo valdostano di corrispondenza del Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino. Ha tenuto conferenze e scritto articoli di carattere storico, teologico e letterario, tra cui: Airesis/Eresia: le vie della ricerca della verità nelle eresie. I casi del valdismo e del catarismo; Il dissenso religioso in Valle d'Aosta in tre fasi cruciali della storia europea. Dalla devianza stregonica alla presenza valdese (secolo XII-metà del secolo XIX). Due saggi sono stati pubblicati nei Seminari della Fondazione Federico Chabod, di cui è stato presidente.
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DISSIDENZA RELIGIOSA E RIFORMA PROTESTANTE

Dopo i vari saggi usciti dagli anni Ottanta fino a oggi e il volume sui Valdesi in Valle d’Aosta, vede la luce in questi giorni un nuovo libro di Leo Sandro Di Tommaso, intitolato: Dissidenza religiosa e Riforma protestante in Valle d’Aosta. Il volume, edito dalla giovane casa editrice Roger Sarteur (che con questo libro aggiunge un nuovo ramo ai suoi prodotti), sarà presentato in Vescovado il 9 dicembre alle 17.30: presentazione significativa dello spirito ecumenico attribuito al lavoro di questo autore, di cui fa fede la Postfazione di Don Paolo Papone, mentre le prerogative scientifiche sono certificate, oltre che dallo stesso Papone, soprattutto dalla Prefazione dell’insigne medievista Giuseppe Sergi, da cui traiamo l’impianto per questa segnalazione.
Dice Sergi che Di Tommaso ha scritto pagine che “non sono esito di una semplice applicazione di tecniche storiografiche […], ma frutto di un metodo reso articolato e complesso da una ricerca di equilibrio fra schedatura delle fonti e stimoli delle proprie letture, non sempre erudite e non necessariamente specifiche”. “C’è, in questo - prosegue Sergi - una trasparenza di cui può giovarsi il lettore, che invece di trovarsi alla prese con note adatte solo a iniziati, trova anche citazioni di Friedrich Engels e di Marc Bloch, antiche questioni della grande storia, poste dal primo, e conclusioni rimaste insuperate, raggiunte dal secondo”.
Tre sono le domande a cui il libro intende rispondere: ci sono stati preannunci del movimento riformatore in Valle d’Aosta? Quali caratteri ha avuto questo movimento fra i secoli XV e XVII? Se non si hanno prove del passaggio di Calvino in valle, perché la sua presenza è entrata a far parte di una sorta di mito fondativo della regione?
Di Tommaso risponde alla prima domanda “con un consistente numero di pagine dedicate al medioevo, in cui la Valle d’Aosta appare priva di mobilitazioni pauperistiche assimilabili alla Pataria lombarda, mentre l’agire convergente di poteri laici ed ecclesiastici spiegano una lettura tutta in chiave di stregoneria di tutte le manifestazioni ereticali che dovevano essere perseguite”.
Per questo – ed ecco la risposta alla seconda questione – il successo della nuova predicazione riformata, immediato, notevole e straordinariamente coèvo agli eventi europei, appare come un’isola nel mare magnum dell’ortodossia precedente. Il quadro socio-politico del Cinquecento valdostano appare cristallizzato, carente di borghesia e saldo nel suo inquadramento entro il principato sabaudo: “non solo non ci sono le condizioni per l’importazione di un modello cantonale di tipo elvetico, ma la fortuna iniziale della Riforma non si può attribuire a ‘responsabilità’ esterne, secondo un’ispirazione ‘gallicana’, bensì a predicazioni provenienti dal mondo stesso dei fratres cattolici, in particolare da Ivrea”. L’autore - grazie anche alla sua capacità di tener conto, insieme, di uno “scenario geo-politico” non limitato alla valle ma anche di valutare le specifiche attestazioni locali - ci introduce al tema della gradualità e della provvisorietà. Parrocchie che passano “a una forma di luteranesimo” testimoniano di fasi in cui non si sta da una parte o dall’altra, in cui non ci sono repentine conversioni di massa, in cui si sperimentano forme di vita religiosa in cui sono ampie le aree grigie. I protestanti valdostani si rifugiano nel silenzio, mentre fino al primo Seicento il cattolicesimo conduce una vera lotta con poteri coordinati fra il vescovo Pietro Gazino, il visconte René de Challant e il duca Emanuele Filiberto. Si costruisce la “cittadella della cattolicità” che funge da barriera, interrompendo i suoi rapporti con la Svizzera.
La risposta alla leggenda di Calvino è “un vero esercizio di metodo”. Duc, in particolare, voleva negare fermenti protestanti locali precedenti il 1536 (e si vede in questo libro che aveva buone ragioni), ma voleva anche sostenere una generale refrattarietà valdostana (non vera, invece) rispetto al dissenso religioso, di cui gli piaceva sottolineare il carattere d’importazione. Curiosamente, in questa operazione di fondazione di un mito, fra Seicento e Ottocento si realizzò una convergenza con gli storici protestanti. Per valorizzare la grande itineranza della predicazione e il peso dei centri transalpini di elaborazione dottrinale, essi misero tra parentesi l’attività locale dei predicatori e dei parroci sperimentatori. Dall’una e dall’altra parte, dunque, storia ‘usata’, piegata a fini propagandistici, da diversi fronti in grado di fornire materiale per un’unica costruzione identitaria. Di Tommaso ci accompagna in una visita ‘nella’ storia ma anche ‘sulla’ storiografia: con lo scopo del necessario restauro della sua neutralità.



tratto dal sito: www.rogersarteur.com

domenica 13 marzo 2011

venerdì 11 marzo 2011

AOSTA - PER LA GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA

GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA 
DELLE DONNE

CHIESA EVANGELICA VALDESE
AOSTA

Via Croix de Ville, 11 
Aosta

Domenica 13 marzo 2011
 ore 10.30


Culto preparato da Donne 
di diverse confessioni Cristiane

Predicazione dell'Evangelo
a cura
 della Presidente della Chiesa Evangelica Valdese
Vanda MONAJA


giovedì 10 marzo 2011

TESTIMONI DELLA FEDE NELLE CHIESE DELLA RIFORMA - IMPORTANTE INIZIATIVA EDITORIALE CITTA' NUOVA EDITRICE

tratto dal sito: www.cittanuova.it

Testimoni della fede



Direzione dell'opera
James F. Puglisi

Stefan Tobler


Coordinamento delle voci
per le varie Chiese

Dr. Thomas F. Best

Dr. Stanley Burgess
           
                                        Dr. Günther Gassmann

              Coordinamento Editoriale
          Giovanni D'Alessandro

         Traduzione dall'Inglese
              Cristina Bruni Machiorlatti


È un pregiudizio diffuso che il mondo protestante
non "riconosca i santi". 
In realtà l'eroismo della donazione radicale a Dio 
è fortemente sentito nelle Chiese della Riforma. 
L'opera dà visibilità ad una schiera 
di grandi personaggi cristiani delle Chiese della Riforma. 
Il criterio nella scelta dei profili non è quello 
di essere arrivati ad uno stato di perfezione, 
definito secondo un catalogo di virtù cristiane; 
piuttosto di essersi "abbandonati" all'unico Signore 
e di averLo servito con i doni specifici che ognuno 
ha ricevuto. 
Questo spiega la grande varietà di personaggi 
presentati dal Dizionario: 
Da Johan Sebastian Bach a Dietrich Bonhoeffer, 
a John Milton, 
politici, artisti, fondatori di chiese e movimenti, 
mistici, missionari, persone che hanno dato la vita 
per la giustizia sociale, martiri per la fede.

COLLANA: Grandi opere - dizionari
La sezione DIZIONARI 
della collana GRANDI OPERE 
presenta dizionari di argomento 
filosofico, teologico, storico, scritturistico 
e letterario di sicuro riferimento scientifico 
a cura di specialisti di fama internazionale, 
validi sussidi allo studio e all'insegnamento. 
Le opere hanno un formato vario. 

I "santi" della Riforma
11 Novembre 2010  di Mariagrazia Baroni
Fonte:    Città Nuova editrice




Sono più di trecento i profili dei testimoni della fede, di diverse confessioni,  da Lutero, a Bach, a Bonhoeffer. Città Nuova li ha raccolti in un Dizionario. Ne parliamo con il teologo riformato Stefan Tobler

Carlo V riceve la Confessio Augustana il 25 giugno 1530
È un pregiudizio diffuso 
che il mondo protestante 
non "riconosca i santi". 
In realtà l'eroismo 
della donazione radicale a Dio 
è fortemente sentito anche 
nelle Chiese della Riforma. 
Città Nuova presenta 
una novità editoriale: 
il dizionario 
Sono più di trecento i profili 
di cristiani provenienti 
dalle diverse confessioni, da Johan Sebastian Bach a Dietrich Bonhoeffer, a John Milton che verranno raccontati nell’opera. 
Abbiamo raggiunto uno dei curatori, Stefan Tobler, 
teologo riformato, docente all’università di Sibiu in Romania 
e membro del centro studi interdisciplinare Scuola Abbà.


Professor Tobler, la Confessio Augustana, testo base 
per il protestantesimo redatto nel 1530, mostra quanto 
sia radicata la passione per la santità, l'intimità mistica 
e l'eroismo della radicale donazione a Dio. 
Ci spiega qual è il concetto di santità per le Chiese 
nate dalla riforma? 
E perché il termine "testimoni della fede"?

«Per le Chiese della riforma il concetto di santità è vicino 
al concetto biblico: è l’essere in Cristo nella fede. 
Questo si traduce nella fiducia nella grazia di Dio, poiché è
nella fede 
che tu ti porti in un altro modo di essere, che è l’essere in Cristo. 
Per i singoli, e nello stesso momento insieme,
è al contempo anche un essere in comunione con gli altri
nella communio sanctorum
Fondamentale è che non si pensa tanto ad uno stato raggiunto 
rispetto ad una scala, in un’ascesi di virtù, quanto ad uno 
stato raggiunto con un salto in Cristo. 
Accanto al concetto di santità convive quello di santificazione. 
Non si dimentica, cioè, che poi, nella vita concreta esista un cammino, 
una crescita. Un concetto che, nella storia del protestantesimo, 
ha avuto varie tappe ed è stato molto dibattuto. 
Sia nell’introduzione che nei singoli profili del dizionario, 
è possibile scoprire  le modalità e le forme in cui la  santificazione 
è stato intesa nel protestantesimo»


Questo tipo di lavoro non è un esempio di comunione fattiva 
tra diverse confessioni religiose? 
E come si potrebbe continuare su questa scia 
tracciata dal dizionario?

 «In primo luogo la collaborazione tra i curatori e gli autori è stata 
una esperienza bella e proficua. 
Come fatto in sé è certamente anche un esempio  di quello che 
descrive. Credo che parecchie cose che si trovano nel libro possano 
essere una sorpresa per un lettore cattolico, in particolare ciò che 
riguarda Movimenti protestanti più recenti. Sono chiese più nuove, 
come ad esempio le Chiese pentecostali, che hanno abbastanza spazio
in questo dizionario, in corrispondenza dell'importanza numerica 
nella cristianità di oggi. Proprio questo elemento di sorpresa può, 
e noi speriamo che lo faccia, sollecitare delle domande, della 
curiosità a capire meglio, ad entrare in dialogo con  queste 
realtà esistenti anche in Italia. Ma è anche una sfida per 
capire 
la ricchezza del lavoro di Dio nella storia dell’umanità»


In che modo la lettura del dizionario può stimolare a cercare 
delle figure che per cattolici e protestanti possono essere 
testimoni della fede validi per tutti, 
proprio per questo essere uniti a Cristo.

«Certamente, se ciò che unisce tutta la varietà di questi testimoni, 
che è l’essere uniti a Cristo, venisse fuori sarebbe la cosa più bella. 
Allora avremmo già il cuore di quello che è il fondamento dell’unità 
di tutti i cristiani. Non penso, però, adesso alla possibilità di 
definire un qualche cerchio o gruppo di santi che possano 
essere riconosciuti da tutti indistintamente, perché, forse 
si limiterebbe, la possibilità di vedere la varietà dell’agire dello Spirito 
nelle varie forme di vita cristiana. 
È importante far parlare queste figure così come sono, 
poiché non sono immediatamente e incontestabilmente riconosciute 
da tutti subito, ma hanno un valore unico e importante 
nel loro contesto e nella strada che hanno tracciato»




I numeri del dizionario 
  
60 collaboratori appartenenti alle Chiese nate dalla Riforma del '500
341 profili di testimoni della fede provenienti dalle diverse confessioni:
Chiese luterane, anglicane, pentecostali, metodiste e molte altre
Tra le figure presentate:
Johann Sebastian Bach (musicista)
Dietrich Bonhoeffer (martire del nazismo e teologo)
Soren Kierkegaard (filosofo)
Grace Agar (missionaria)
John Milton (poeta)
Rembrandt Harmenszoon van Rijn (pittore)
Direzione scientifica di James Puglisi e Stefan Tobler.

martedì 8 marzo 2011

LA FEDE DELLE DONNE

CREDO DI DONNA



Credo in Dio,
che ha creato la donna e l’uomo a propria immagine,
che ha creato il mondo ed ha affidato
all’uomo e alla donna la custodia della terra.

Credo in Gesù,
figlio di Dio, scelto da Dio,
nato da una donna, Maria.
Ascoltava le donne e le amava,
dimorava presso di loro, discuteva con loro
delle questioni del Regno,
era seguito e sostenuto da donne discepole.
Credo in Gesù
che ha discusso di teologia
con una donna presso al pozzo,
la prima a cui ha rivelato la sua messianità
e l’ha invitata a divulgare
questo buon annuncio alla città.
Credo in Gesù
che ha ricevuto l’unzione da una donna
in casa di Simone, e che ha sgridato gli uomini
che volevano cacciarla.
Credo in Gesù,
che ha detto che il ricordo di questa donna
sarebbe stato tramandato nel tempo.

Credo in Gesù,
che ha guarito una donna, in giorno di sabato,
ed ha riconosciuto in lei un essere umano.

Credo in Gesù,
che parlava del regno
come di una donna che cerca la moneta perduta
come di una donna che pulisce la casa
per trovare l’oggetto smarrito.
Credo in Gesù,
che ha dato valore alla gravidanza ed al parto,
che non li ha considerati una punizione,
ma come un avvenimento lacerante,
metafora della trasformazione,
attraverso la nuova nascita, dall’angoscia alla gioia.

Credo in Gesù,
che parlava di se stesso, come di una chioccia,
che raccoglie i pulcini sotto le sue ali.

Credo in Gesù, che Risorto,
è apparso per primo a Maria Maddalena
e l’ha invitata a diffondere
questo annuncio sconvolgente: “Và, e dì loro…!”

Credo che il Salvatore è uno,
lui, in cui non c’è né Giudeo né Greco,
né schiavo, né libero, né uomo, né donna,
perché, grazie alla salvezza, siamo tutti uno.

Credo nello Spirito Santo
che aleggiava sulle acque della creazione
e sulla terra.
Credo nello Spirito Santo,
espressione femminile di Dio
che ci ha creati, che ha dato vita all’umanità
e la cova sotto le sue ali.


Rachel C. Wahlberg – USA
da “Mission” 1990

(citazione da: Comitato Italiano per la CEVAA, 
Al di là delle barriere
stampato ma non pubblicato, Trieste, 1995, pp. 76-77, 
raccolta di testi a cura del pastore valdese Renato Coïsson).

lunedì 7 marzo 2011

LO SBATTEZZO: HA SENSO?

DIALOGHI CON PAOLO RICCA
Lo «sbattezzo»: ha senso?

L’altro giorno in centro città c’era un gazebo di un’associazione di atei e agnostici che invitava allo sbattezzo, accompagnando l’invito con una frase polemica sul potere del Vaticano. Personalmente questo tipo di richiesta mi lascia perplessa: penso infatti che nessuna chiesa cristiana possa rilasciare un certificato di sbattezzo, sia perché ogni chiesa cristiana attribuisce un grande valore al Battesimo, sia perché non si può tornare indietro e far finta che un atto compiuto non sia stato compiuto: un battesimo amministrato è stato amministrato, qualunque sia il pensiero odierno del battezzato. Per fare un paragone, se un bambino è stato vaccinato, non può poi da adulto svaccinarsi, anche se da adulto ritiene che sia una pratica medica inutile o nociva. Quindi tutto quello che una chiesa può fare al riguardo è prendere atto che quella persona, divenuta adulta, non desidera essere considerato membro della chiesa in cui ha ricevuto il battesimo: nelle nostre chiese abbiamo un elenco dei membri di chiesa, e suppongo che qualcosa del genere esista anche nelle altre chiese.

Sempre su questo tema, qualche mese fa, proprio su Riforma ho letto la cronaca di un battesimo di un adulto in una chiesa evangelica (credo battista) in cui si accennava alle difficoltà incontrate in precedenza da questo fratello che aveva intrapreso una procedura di sbattezzo. Confesso di essere stata particolarmente sorpresa di questa richiesta da parte di un credente evangelico: una cosa infatti è lo sbattezzo chiesto da un ateo, un’altra cosa è lo sbattezzo chiesto da un cristiano. Il problema che qui, mi sembra, si pone è quello del riconoscimento del battesimo impartito da altre chiese. A questo proposito vorrei chiedere: quali chiese cristiane riconoscono il battesimo impartito dalle altre? Questo riconoscimento, se c’è, è recente o tradizionale? Le chiese della Riforma (tranne quelle battiste) riconoscono il battesimo cattolico (o ortodosso)? E se un evangelico diventa cattolico (o ortodosso) viene ribattezzato?
Roberta Colonna Romano – Mestre



Questa lettera parte da un problema, quello del cosiddetto «sbattezzo», che in fondo, come vedremo, non è un problema, ma solo un modo di dire, e giunge, nella seconda parte, a sollevare quello che invece è un vero problema: il riconoscimento del battesimo celebrato in chiese diverse dalla propria.

Perché lo «sbattezzo» non è un problema? Per il semplice motivo che, come la nostra lettrice giustamente osserva, «sbattezzarsi» è materialmente impossibile, come lo è «svaccinarsi» (l’esempio da lei portato è calzante, anche se, ovviamente, il battesimo non ha nulla a che vedere con una vaccinazione!), così come è impossibile cancellare una promozione o una bocciatura a scuola, o un matrimonio contratto (anche se poi è naufragato), e così via. Nulla di quello che è accaduto nella nostra vita può essere cancellato: può eventualmente essere corretto e migliorato, oppure rimpianto, o deplorato, o detestato, o rimosso, ma non può essere cancellato. Al massimo può essere dimenticato, cioè cancellato dalla nostra memoria, ma non dalla realtà dei fatti.
Quindi «sbattezzarsi» non si può. «Sbattezzarsi» è solo un modo di dire. Per dire che cosa? Per dire che si vuole rompere ogni legame con la Chiesa e in particolare, nel nostro paese, con la Chiesa cattolica. Siccome secondo la teologia cattolica si appartiene alla Chiesa mediante il battesimo, «sbattezzarsi» equivale a uscire dalla chiesa e non volere aver più niente a che fare con lui. Quindi «mi sbattezzo» significa: «Non riconosco il battesimo che mi è stato imposto a mia insaputa e senza il mio consenso; perciò nego a quell’atto qualunque valore, lo dichiaro nullo, per me è come se non fosse avvenuto, mi spoglio del mio vestito di battezzato e lo restituisco, alla quale non voglio in alcun modo appartenere». Ma mentre è possibile farsi cancellare dai registri di una Chiesa, non è possibile cancellare il proprio battesimo, neppure strappando (almeno idealmente) la pagina su cui il battesimo è stato registrato.

Ma lasciamo lo «sbattezzo», che è – sia chiaro – una scelta assolutamente legittima (anche se formulata male), ma che non è un problema, e veniamo al battesimo, che invece è uno dei maggiori problemi teologici ed ecumenici non solo del nostro tempo, ma di tutta (o quasi) la storia della Chiesa. È tutto un problema irrisolto, tanto da costituire uno dei principali motivi di divisione tra i cristiani. Non c’è infatti accordo tra loro né sul significato del battesimo, né sull’età per riceverlo, né sulle forme per celebrarlo. Si sente spesso dire in ambienti ecumenici: «Siamo tutti, come cristiani, uniti nel battesimo». È una mezza verità: la verità intera è che il battesimo ci unisce e ci divide al tempo stesso. Ci unisce perché tutte le Chiese battezzano e i cristiani si possono dire «uniti nel battesimo» nel senso che sono tutti battezzati. Ma il battesimo ci divide sia perché, come ho appena detto, nelle diverse Chiese le forme e le interpretazioni del battesimo sono diverse e, in qualche caso, difficilmente conciliabili, sia perché non tutte le chiese riconoscono come valido il battesimo celebrato in chiese diverse dalla propria, mentre ce ne sono altre che riconoscono una sola forma di battesimo, indipendentemente dalla chiesa che lo celebra. Quindi il battesimo ci unisce e ci divide: è uno dei tanti paradossi che accompagnano la nostra esistenza come Chiese divise.
Neppure ci può molto consolare il fatto che il problema non è nuovo, è antico. Si pose già nella Chiesa dei primi secoli, in due modalità e in due contesti diversi. Nel contesto della «grande Chiesa» (quella maggioritaria, vittoriosa sull’arianesimo, sul donatismo e su altre tendenze giudicate eterodosse) si discuteva se il battesimo amministrato in una comunità giudicata eretica, ma pur sempre cristiana, dovesse essere ripetuto quando l’«eretico» entrava nella «grande Chiesa», oppure dovesse essere considerato valido, e quindi non ripetuto. Nel contesto invece della Chiesa donatista si negava che fosse valido il battesimo amministrato da un sacerdote della «grande Chiesa», giudicato però indegno (perché durante la persecuzione aveva dissimulato o rinnegato, almeno esteriormente, la fede), e quindi chi, battezzato da quel sacerdote nella «grande Chiesa», passava alla Chiesa donatista veniva ribattezzato.

Ma contro la ripetizione del battesimo si pronunciarono, con una legge civile riportata nel Codice di Giustiniano, gli imperatori Onorio e Teodosio, che decretarono addirittura la pena di morte per chi ribattezzava una persona già battezzata! Non si sa, a dire il vero, se e quanto questa legge sia stata concretamente applicata. Si può però presumere che abbia contribuito, almeno come minaccia, a dissuadere chiunque dalla pratica del ri-battesimo e a rendere il battesimo dei bambini l’unica forma di battesimo praticata nella società cristiana europea (tranne, s’intende, che nel caso di popoli pagani che diventavano cristiani). La reazione venne nel XVI secolo con il movimento anabattista, che, sfidando una tradizione millenaria, negava qualsiasi valore al battesimo dei bambini, e quindi ribattezzava le persone che così erano state battezzate e aderivano alle loro comunità. Gli anabattisti sono stati duramente perseguitati da tutte le «chiese stabilite», comprese quelle della Riforma. Molti sono stati messi a morte: il loro martirio è stato uno dei maggiori della storia cristiana.
Il giudizio dei Riformatori sugli anabattisti è stato pesante e, per quanto concerne la questione battesimale, ingiusto, nel senso che i Riformatori non sono stati in grado di riconoscere le ragioni evangeliche della posizione degli anabattisti, anche se la loro teologia del battesimo poteva e può essere messa in discussione. C’erano naturalmente altre questioni che spiegano il giudizio negativo della Riforma sull’Anabattismo; in particolare c’era quella che possiamo chiamare l’astinenza politica degli anabattisti, che li induceva a rifiutare qualunque coinvolgimento nella gestione della cosa pubblica, che essi consideravano «fuori della perfezione di Cristo», e dunque, secondo loro, compromettente per un cristiano. I Riformatori criticavano, credo giustamente, questo atteggiamento e vedevano nell’anabattismo – per riprendere una espressione di Lutero – «un nuovo monachesimo». Ma questa è un’altra questione, rispetto a quella che stiamo trattando: il battesimo che gli anabattisti praticavano – quello dei credenti – non solo su coloro che non erano ancora battezzati, ma anche su coloro che erano stati battezzati da bambini. Le Chiese battiste hanno ripreso, a partire dalla fine del Cinquecento, l’idea e la prassi anabattista, che si è poi affermata nei secoli successivi anche in altre Chiese dell’evangelismo moderno.

Ora la nostra lettrice nota giustamente che alla base del battesimo praticato su un adulto battezzato da bambino c’è il mancato riconoscimento di questo battesimo, e si pone di conseguenza una serie di domande, a cominciare da questa: quali Chiese riconoscono il battesimo impartito dalle altre? Ecco la risposta. La Chiesa cattolica, ufficialmente, riconosce tutti i battesimi, dovunque e da chiunque celebrati (quindi anche quelli celebrati nelle Chiese evangeliche, di qualunque tipo), purché lo siano «con acqua e nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». La stessa posizione è sostenuta dalla Comunione anglicana e dalle Chiese luterane, riformate (la Chiesa valdese è una di queste) e metodiste. Le Chiese ortodosse invece sono restie a riconoscere i battesimi celebrati fuori dalle Chiese Ortodosse. Le Chiese battiste, avventiste, dei Fratelli, pentecostali di tutte le tendenze, e altre ancora – cioè tutte le Chiese che praticano solo il battesimo dei credenti – non riconoscono il battesimo dei bambini, da qualunque chiesa (cattolica, evangelica o ortodossa) venga celebrato. Per queste Chiese chi è battezzato da bambino non è battezzato. Questo non significa che non sia cristiano, significa che – secondo queste Chiese – è un cristiano non battezzato. Altro paradosso, perché se si può essere cristiani senza essere battezzati, vuol dire che il battesimo non è costitutivo dell’essere cristiani.
Il problema, insomma, esiste ed è abbastanza serio. È chiaro che le Chiese che praticano solo il battesimo dei credenti e riconoscono solo quello come unica forma valida di battesimo cristiano, hanno una teologia del battesimo diversa da quella delle Chiese che praticano anche il battesimo dei bambini. La diversità è tale da rendere finora impossibile un accordo. La situazione pareva bloccata quando, nel 2002, un teologo battista inglese, Paul S. Fiddes, ha pubblicato un saggio in cui il battesimo viene visto non tanto con evento in sé concluso, ma come processo che in realtà dura tutta la vita ed è messo in moto dal «Sì» divino della grazia (battesimo dei bambini), ricevuto e confessato dal «Sì» umano della fede (battesimo dei credenti). Entrambi hanno il loro senso e possono coesistere nella comunità cristiana, interpellandosi a vicenda. La proposta di Fiddes può, mi sembra, sbloccare la situazione e aiutarci a superare una divisione secolare che riguarda proprio il fondamento della vita cristiana.

Tratto dalla rubrica Dialoghi con Paolo Ricca
del settimanale Riforma del 28 gennaio 2011

www.riforma.it
www.chiesavaldese.org

venerdì 4 marzo 2011

giovedì 3 marzo 2011

PER LA GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA



Donne credenti

       La Giornata Mondiale di preghiera


Vera Petrosillo Velluto



Anche quest’anno, il primo venerdì del mese di marzo, in tutto il mondo cristiano le donne pregano insieme con parole di speranza e di sfida. La liturgia della Giornata mondiale di preghiera (Gmp), tradotta in centinaia di lingue e di dialetti, ogni anno viene scritta da donne di una nazione diversa, le quali rendono partecipi decine di migliaia di sorelle, sparse in tutti i continenti, delle situazioni di sofferenza e di ingiustizia di cui sono testimoni.

In un momento in cui le donne, a vario titolo, sono bersagliate dai riflettori mediatici, è più che mai gratificante rivivere la storia della Gmp, una significativa storia di donne che hanno creduto nella forza della preghiera e nella necessità dell’azione, dell’impegno quotidiano per trasformare l’umanità e liberarla dai mali che la travagliano.

Tutto cominciò nel lontano 1887, quando gli Stati Uniti, appena usciti da una tremenda guerra fratricida, avevano gravi problemi sociali e nazionali da risolvere. Mary Ellen James, presidente del Comitato Femminile dell’Opera Missionaria della Chiesa presbiteriana negli Usa, consapevole dell’urgenza di una riappacificazione nazionale, senza indugi lanciò un appello perché venisse celebrata una Giornata nazionale di preghiera in segno di «confessione dei peccati individuali e nazionali», con raccolta di offerte quale «adeguata manifestazione di pentimento».

Consapevole che alla forza della preghiera dovesse affiancarsi l’efficacia dell’azione, Mary Ellen James non lesinò il suo impegno nell’opera di risanamento della sua nazione lacerata dalla guerra civile. Si prodigò per aiutare gli immigrati venuti negli Stati Uniti a rifarsi una vita e con i suoi sette figli andò per il mondo dovunque ci fosse bisogno di aiuto. Tre anni dopo, Helen Barrett Montgomery, scrittrice e studiosa del Nuovo Testamento, e Lucy Peabody, missionaria in India, con ruoli importanti nella Chiesa battista degli Usa, lanciarono, a loro volta, un appello perché fosse organizzata una giornata di preghiera e raccolta di offerte da dedicare alla alfabetizzazione delle donne e dei bambini dell’Africa, dell’Asia, dell’India. Le due donne avevano avuto l’intuizione che i problemi delle popolazioni povere non sarebbero stati risolti con la carità, ma con progetti atti a promuovere cultura e sviluppo e avevano anche capito quale handicap sia per la donna la mancanza di istruzione per il pieno inserimento nella vita attiva della società.

Passarono alcuni anni e nel 1922 le donne canadesi, che già celebravano ogni anno una giornata nazionale di preghiera, vollero unirsi alle sorelle degli Usa per una comune celebrazione. L’idea si diffuse rapidamente, varcò i mari e nel 1927 la Giornata di preghiera divenne di nome e di fatto la Giornata mondiale di preghiera. Il piccolo seme che alla fine del ‘800 alcune donne protestanti misero a dimora è poi diventato un Movimento che, a ragione, può definirsi planetario.

Fin qui la storia. Oggi donne cristiane di 170 Paesi aderiscono al Movimento della Gmp, il cui Comitato esecutivo è composto da rappresentanti dell’Africa, dell’Asia, dei Caraibi, dell’Europa, dell’America Latina, del Pacifico e, da alcuni anni, della Chiesa cattolica. La lampada che Mary Allen accese e tenne alta nel lontano 1887, a volte, può essersi affievolita, ma non si è spenta se vi sono ancora donne che, con la forza della preghiera, dovunque nel mondo, si adoperano per la giustizia, per il diritto, per la pace ogni giorno della loro vita.



tratto da: Riforma,
25 febbraio 2011 - ANNO XIX - NUMERO 8
www.riforma.it

mercoledì 2 marzo 2011

I FONDI OTTO PER MILLE DELLA CHIESA EVANGELICA VALDESE SERVONO PER LA SOLIDARIETA'





LA TAVOLA VALDESE FINANZIA UN CENTRO SOCIALE A TEMPERA (AQ)


Dopo la firma di un protocollo d'intesa tra il Comune dell'Aquila e la Tavola valdese, entra in fase operativa il progetto che prevede la costruzione di un centro sociale di circa 500 mq nella frazione di Tempera. All'iniziativa, finanziata dalla Tavola valdese con i fondi Otto per mille, contribuisce anche la Federazione delle chiese evangeliche in Italia.

Il progetto è stato presentato il 22 febbraio nel corso di una conferenza stampa alla quale hanno partecipato il sindaco de L'Aquila Massimo Cialente, l’assessore alla ricostruzione Pietro Di Stefano; l’assessore alle Politiche sociali Stefania Pezzopane, la diacona Alessandra Trotta, in rappresentanza della Chiesa valdese (Unione delle chiese metodiste e valdesi) e il past. Massimo Aquilante, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia.
L'accordo prevede che la gestione dello stabile, che sarà di proprietà del Comune, sarà affidata alla Tempera ONLUS: “E' con questa associazione – spiega Maria Bonafede, moderatore della Tavola valdese – che abbiamo avviato una intensa collaborazione sin dalle prime fasi dell'emergenza. E con i suoi membri oltre che con il Comune abbiamo discusso di futuri progetti arrivando alla conclusione che la struttura più utile alla comunità civile aquilana è un centro sociale nel quale la gente possa ritrovarsi. Pensiamo a una struttura aperta, con una ludoteca, un auditorium e altri spazi utili agli abitanti della frazione. La ricostruzione – conclude Maria Bonafede – non può essere solo abitativa e non può limitarsi agli alloggi in anonime new towns: deve essere anche culturale e civile e il nostro contributo va esattamente in questa direzione”.
Il progetto del centro è stato redatto dagli architetti Francesco De Luca ed Edgardo Cotellucci che hanno previsto una struttura rispettosa dei criteri antisismici e realizzata con materiali compatibili. L'impegno è di aprire il cantiere entro due mesi per concludere i lavori in meno di un anno.


25 febbraio 2011

tratto da:
www.chiesavaldese.org
del 2 marzo 2011


martedì 1 marzo 2011

RASSEGNAZIONE? NO, GRAZIE!




LE STELLE DI MARE

Sulla spiaggia, all'alba, un vecchio nota,
lontano davanti a lui, un giovane che raccoglie
delle stelle di mare e le ributta in acqua.

Incuriosito, lo raggiunge facilmente
e gli chiede il perché di questo strano modo di fare.

Il ragazzo spiega che le stelle di mare,
scaraventate dalle onde ed arenate sulla sabbia,
sono destinate a morire se rimangono esposte
al grande sole del mattino.

" Ma la spiaggia si estende per chilometri e chilometri
e di queste bestiole ce ne sono a migliaia!
- esclama l'altro - Non vedo bene che cosa cambia".

Il giovane, allora, guarda la stella che tiene nel palmo
della mano, poi la lancia nelle onde e gli risponde:
" Per questa, ad ogni modo, cambia tutto! ".

Journal des missions

tratto da:
Comitato Italiano per la CEVAA,
Quando è giorno?,
raccolta di testi di fede,
traduzione di Renato Coïsson,
Torre Pellice 1988, Trieste 1994,
stampato ma non pubblicato, p. 147.