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sabato 16 marzo 2013

UNA COMUNE COMPRENSIONE DELL'EVANGELO


40 anni della Concordia di Leuenberg

DIVERSITÀ RICONCILIATA

intervista di Luca Maria Negro al prof. Fulvio Ferrario

Quarant’anni fa, il 16 marzo 1973, veniva firmato a Leuenberg presso Basilea (Svizzera) uno storico accordo tra le chiese nate dalla Riforma del XVI secolo: la «Concordia di Leuenberg». Constatando l’esistenza di una comune comprensione dell’Evangelo, la Concordia dichiarò il superamento delle reciproche condanne e affermò la piena comunione ecclesiale tra luterani e riformati, incluso il reciproco riconoscimento del ministero pastorale e la possibilità dell’intercomunione. Sulla rilevanza di questo accordo abbiamo intervistato il prof. Fulvio Ferrario, docente alla Facoltà valdese di teologia (Roma) e da molti anni impegnato nella Comunione di chiese protestanti in Europa (CCPE, l’organismo nato dalla Concordia) come membro del Consiglio.







40 anni della Concordia di Leuenberg
Intervista al prof. Fulvio Ferrario sui quarant’anni dello storico accordo che ha sancito il ristabilimento della comunione ecclesiale tra le chiese nate dalla Riforma. Un’unità piena, che può e deve ancora crescere
Quarant’anni fa, il 16 marzo 1973, veniva firmato a Leuenberg presso Basilea (Svizzera) uno storico accordo tra le chiese nate dalla Riforma del XVI secolo: la «Concordia di Leuenberg». Constatando l’esistenza di una comune comprensione dell’Evangelo, la Concordia dichiarò il superamento delle reciproche condanne e affermò la piena comunione ecclesiale tra luterani e riformati, incluso il reciproco riconoscimento del ministero pastorale e la possibilità dell’intercomunione. Sulla rilevanza di questo accordo abbiamo intervistato il prof. Fulvio Ferrario, docente alla Facoltà valdese di teologia(Roma) e da molti anni impegnato nella Comunione di chiese protestanti in Europa (CCPE, l’organismo nato dalla Concordia) come membro del Consiglio prima e, attualmente, della delegazione CCPE al dialogo recentemente avviato con i cattolici sul tema dell’ecclesiologia (Vienna, 8-9 febbraio).

La firma della Concordia è stata un evento storico perché ha segnato la fine di una divisione durata oltre quattro secoli tra i rami luterano e riformato del protestantesimo. Come si è arrivati a questo passo?


«È stato un lungo processo, iniziato dal teologo riformato Lukas Vischer nell’ambito della Commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle chiese e poi continuato nel clima ecumenicamente favorevole degli anni Sessanta. Un ruolo importante è stato giocato dall’eredità della «Chiesa confessante» in Germania, che aveva già visto momenti di superamento, o di relativizzazione, della contrapposizione tra luterani e riformati».



La comunione di Leuenberg, partita con le chiese luterane, riformate e unite (chiese luterano-riformate in Germania), si è allargata a includere i metodisti, e ci sono stretti contatti con i battisti. Come si è arrivati a questo allargamento? 

«Il dialogo con le chiese metodiste, che non ho vissuto direttamente (si è concluso nel 1994), non è stato particolarmente problematico. L’esito però è importante, in quanto coinvolge una famiglia ecclesiale che non ha vissuto lo scontro iniziato nel XVI secolo e che ha un’identità spirituale diversa da quella di matrice europea continentale. Paradossalmente, l’accordo con i metodisti è stato più facile di quello con alcune chiese luterane scandinave (Svezia, Finlandia) che oggi ancora non hanno sottoscritto la Concordia né hanno intenzione di farlo, per ragioni piuttosto complesse, legate al loro modo di concepire il luteranesimo e quello con la tradizione della chiesa indivisa (e, indirettamente, col cattolicesimo e con l’ortodossia). Il dialogo con i battisti ha prodotto un documento abbastanza importante, ma non la piena comunione ecclesiale: ciò a motivo della resistenza delle chiese battiste ad escludere in linea di principio un eventuale «secondo battesimo» di membri di chiesa «leuenberghesi» che diventassero battisti. Al momento non sono prevedibili decisivi passi avanti. È necessario prepararli con intese sul piano locale. In Baviera ne hanno sottoscritta una».



Qual è, in poche parole, la filosofia dell’unità tra cristiani evangelici secondo Leuenberg, ovvero il modello dell’unità nella diversità riconciliata? E in che cosa consiste, in concreto, il reciproco riconoscimento tra le chiese?

«L’idea è: dove sussiste consenso sulla predicazione e sui sacramenti, c’è la chiesa di Cristo e dunque la comunione. Ciò significa che è possibile la piena comunione anche in presenza di forme diverse di organizzazione del ministero ecclesiastico. Reciproco riconoscimento significa che una chiesa di Leuenberg è, a tutti gli effetti, per me, la chiesa di Gesù Cristo. Se cioè io vivessi in Danimarca, potrei essere a tutti gli effetti membro di quella chiesa luterana; i ministeri sono riconosciuti (dunque potrei celebrare il culto e la cena del Signore); e le decisioni prese in comune sono, in forme variabili (a seconda dei vari livelli di impegno) significative per tutti. Su quest’ultimo punto, ritengo necessario fare dei passi avanti e, in prospettiva (non è un progetto a breve scadenza), arrivare a un sinodo europeo e quindi a qualche forma di struttura comune».

Il modello di unità proposto dalla Concordia è stato più volte criticato in ambito cattolico. Perché?


«Roma ritiene una comune comprensione del ministero essenziale all’unità della chiesa. E tale comprensione dev’essere, in sostanza, quella romana (e ortodossa), centrata sull’episcopato e sulla cosiddetta successione «storica». 


Come sta andando il dialogo sull’ecclesiologia con il Vaticano, recentemente inaugurato a Vienna?


«È appena partito. Il clima è ottimo. Il punto di partenza è il documento della Comunione di Leuenberg «La Chiesa di Gesù Cristo» del 1994. È un testo importante, non semplice. Da noi è ignorato (benché sia stato tradotto più di quindici anni fa) e temo che, se fosse conosciuto, non incontrerebbe un facile consenso generale. Dovremmo studiarlo per bene e cercare di capire che esistono vari modi di intendere il protestantesimo e anche noi italiani potremmo imparare da altri. Comunque, sulla base di questo testo, dialoghiamo con i cattolici sulla natura e la forma della chiesa».



La Concordia di Leuenberg ha affermato il pieno riconoscimento reciproco tra le chiese nate dalla Riforma. Ma questa ritrovata unità non è sempre molto visibile...

«Il problema è che a volte le chiese sono gelose della propria indipendenza e refrattarie a una «cattolicità evangelica», cioè a camminare insieme. Essere membri di una comunione significa rinunciare a essere unilaterali. Una struttura di comunione esiste dal 1973. Ora si tenta di stringere un po’ i legami. Se la comunione si vede poco, non credo sia colpa della Ccpe; sono le singole chiese che trovano più comodo decidere e camminare da sole». 



In occasione del 40° anniversario il Consiglio della Ccpe ha lanciato un appello alle chiese ad impegnarsi in un «servizio responsabile nel mondo a favore della giustizia e della pace sulla terra» e a coordinare meglio il loro impegno etico-sociale in Europa. Si può dire che si tratta di un nuovo sviluppo in un organismo che in passato sembra aver privilegiato soprattutto gli aspetti teologici ed ecclesiastici?

«Direi di sì. Abbiamo capito che l’Europa vuole sapere che cosa pensano le chiese evangeliche e bisogna trovare il modo di dirlo con chiarezza e semplicità. La dottrina (che poi, in questo caso, è quella sulla chiesa...) è necessaria, ma se ci si limita a quello, la comunicazione con la società non si realizza».



tratto dal settimanale Riforma dell'8 marzo 2013